giovedì 25 agosto 2016

Il terremoto

 

JOSÉ EMILIO PACHECO

LE ROVINE DEL MESSICO

(ELEGIA DEL RITORNO), I

1

Assurda è la materia che collassa,
il vuoto che penetra, la scissura.
No: la materia non si distrugge,
la forma che le diamo si polverizza,
le nostre opere diventano macerie.

2

La terra gira sostenendosi sul fuoco.
Dorme su una polveriera.
Ha al suo interno un rogo,
un inferno solido
che all’improvviso si converte in abisso.

3

La pietra dalla profondità batte sulla crosta terrestre.
Infrangendosi rompe il suo patto
con l’immobilità e si trasforma
nell’ariete della morte.

4

Da dentro viene il colpo,
la cavalcata triste,
la fuga precipitosa dell’invisibile, esplosione
di quello che credevamo immobile
e sempre in fermento.

5

Sale l’inferno per inghiottire la terra.
Il Vesuvio esplode all’interno.
La bomba sale invece di cadere.
Il raggio scaturisce in un pozzo di tenebre.

6

Sale dal fondo il vento della morte.
Il mondo trema in un fragore di morte.
La terra esce dal suo cardine di morte.
Come un fumo segreto avanza la morte.
Dalla sua gabbia profonda sfugge la morte.
Dalla più torbida profondità sorge la morte.

7

Il giorno si fa notte,
polvere è il sole,
il rombo lo riempie.

8

All’improvviso il solido si spezza
diventano friabili cemento e ferro,
l’asfalto si straccia, cadono giù
la vita e la città. Trionfa il pianeta
contro il disegno dei suoi invasori.

9

La casa che era difesa contro la notte e il freddo
la violenza delle intemperie,
il disamore, la fame e la sete,
si riduce a patibolo e tomba.
Chi sopravvive è prigioniero
della sabbia o nella rete dell’asfissia.

10

Solo quando ci manca apprezziamo l’aria,
quando restiamo come pesci intrappolati
nella rete dell’asfissia. Non ci sono buchi
per tornare al mare che era l’ossigeno
dove ci muovevamo liberi.
Il doppio peso dell’orrore e del terrore
ci ha tolti
dall’acqua della vita.

Solo nell’esilio comprendiamo
che vivere è avere spazio.
Ci fu un tempo
felice nel quale potevamo muoverci,
uscire, entrare e restare in piedi o sederci.
Ora tutto è caduto. Il mondo
ha chiuso porte e finestre.
Ora sappiamo cosa significa
un’espressione terribile:
sepolti vivi.

11

Arriva il terremoto e davanti ad esso non valgono
le preghiere né le suppliche.
Nasce dall’interno per distruggere
tutto quello che trova a portata di mano.
Sale, è visibile nella sua opera atroce.
La distruzione è la sua unica lingua.
Vuole essere venerato tra le rovine.

12

Il cosmo è il caos ma non lo sapevamo
o non riuscivamo a capirlo.
Il pianeta ruotando discende
in voragini di fuoco gelido?
La terra gira o cade? La caduta
infinita è il destino della materia?

Siamo natura e sogno. Perciò
siamo quello che sempre sale:
polvere nell’aria.

(da Guardo la terra, 1986)

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Il terremoto che ieri ha colpito Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto ha suscitato notevole commozione in tutti noi. Lo sappiamo che l’Italia è paese sismico ma ogni volta che accade (Belice, Friuli, Irpinia, Assisi, Valnerina, San Giuliano di Puglia, L’Aquila, Emilia solo per citare i più recenti) non riusciamo a farcene una ragione. E diciamo che si dovrebbe intervenire per costruire abitazioni antisismiche come in Giappone – a Norcia, dopo il sisma del 1979, lo fecero e la città è rimasta intatta nonostante sia a pochi chilometri dall’epicentro. Ho cercato a lungo per trovare una poesia in tema e mi sono imbattuto in questa – durissima, dolorosa, difficile da leggere per le immagini che suscita – del poeta messicano José Emilio Pacheco (1939-2014), scritta dopo il sisma che devastò Città del Messico nel settembre 1985. Ha ragione: siamo solo polvere nell’aria.

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Italy Quake

FOTOGRAFIA © AP PHOTO/ALESSANDRA TARANTINO

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LA FRASE DEL GIORNO
La città scompare / sotto il quinto sole / non la castiga l’acqua / né la tigre, / né la furia del vento / né il fuoco che brucia / né il sacro piumaggio / del crepuscolo, / ma l’aprirsi / delle sue viscere.

MIRTA YAÑEZ

mercoledì 24 agosto 2016

E pensare a te

 

ERICH FRIED

NEI PENSIERI

Pensarti
e pensare a te
e pensare soltanto a te

e pensare a berti
e pensare ad amarti
e pensare e sperare

e sperare e sperare

e sperare sempre più
di rivederti sempre.
Non vederti

e nei pensieri
non soltanto pensarti
ma già berti
e già amarti.

E soltanto allora aprire gli occhi
e nei pensieri
soltanto allora vederti
e poi pensarti

e poi di nuovo amarti
e poi di nuovo berti
e poi vederti sempre più bella

e poi vederti pensare
e pensare che ti vedo
E vedere che posso pensarti

e sentirti
anche se per tanto tempo ancora
non potrò vederti.

(da È quel che è, Einaudi, 1988 – Traduzione di Andrea Casalegno)

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“Ogni volta / che penso a te / si forma nella testa / uno spazio vuoto / una specie di anticamera a te / dove non c’è nient'altro” scrive in un’altra poesia della raccolta È quel che è il poeta austriaco naturalizzato britannico Erich Fried (1921-1988): il pensiero dell’amata è desiderio, è già amore, nonostante la sua assenza.

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Olbinski

DIPINTO DI RAFAL OLBINSKI

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LA FRASE DEL GIORNO
È impossibile dice l’esperienza. / È quel che è dice l’amore.

ERICH FRIED, È quel che è

martedì 23 agosto 2016

La vita a sorsi lunghi

 

FLORBELA ESPANCA

IL MIO MONDO

Bevo la vita, la vita, a sorsi lunghi
come un divino vino di Falerno,
posando in te il mio guardare eterno
come le foglie fanno sopra i laghi.

I miei sogni ora son più vaghi,
il tuo guardare in me oggi è più dolce
E la vita adesso non è il rosso inferno
tutto di parvenze tristi e di presagi.

La vita, Amore mio, voglio viverla!
Nella stessa coppa, alzata nelle tue mani,
avremo bocche unite a berla.

Che importano il mondo e le illusioni defunte?
Che importano il mondo e i suoi orgogli vani?
Il mondo, amore? Le nostre bocche giunte!

(O nosso mundo, da Livro de Sóror Saudade, 1923 - Traduzione di Alberto Cappi)

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Donna emancipata, fuori dagli schemi dei primi decenni del secolo scorso – studentessa al liceo maschile di Évora, tra le prime donne a diplomarsi, tre matrimoni fallimentari e altrettanti divorzi – la poetessa portoghese Florbela Espanca (1894-1930), triste e tumultuosa, sensibile e infelice, rivendica il suo modo di vivere, la libertà presa a lunghi sorsi, l’amore per scelta. Ma non ne sarà capace: dopo aver trasformato la sua sofferenza in poesia, si ucciderà inghiottendo una dose letale di Veronal il giorno del suo trentaseiesimo compleanno.

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Vettriano

JACK VETTRIANO, “NIGHT TIME RITUALS II”

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LA FRASE DEL GIORNO
Le anime delle poetesse sono fatte interamente di luce, come le stelle: non accecano chi le guarda, lo illuminano.
FLORBELA ESPANCA

lunedì 22 agosto 2016

Le luci che i treni superano

 

KATE CLANCHYClanchy

L’ALBERO

Sono già mature le mele
sull’albero che Miss Coombes ci ha lasciato.
L’albero è chino quasi fino a terra.
Non avevo capito fino ad ora
il loro peso freddo, né come
si accalcano a coppie sui rami,
gialle, rotonde come lanterne cinesi
lungo una strada addobbata.

È il crepuscolo, e stai tornando a casa.
Immagino la dinamo della tua bici
tesa come una spoletta tra le strade
che imbrunano, a illuminare
casa nostra mentre ora, nella via,
si accendono le luci – l’oro
delle lampadine nelle piccole serre, i lingotti
di ingresso, la camera da letto, le scale.

Viviamo qui ora, e sebbene,
altrove, una ragazza si appoggi
al finestrino del treno, un dito
attorcigliato allo zaino zeppo
di tutto ciò che possiede –
questo ci basta. Siamo
le luci, le luci, le luci
che i treni superano nell’oscurità.

(The Tree, da Samarcanda, 1999 - Traduzione di Giorgia Sensi)

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Mi piacciono i tre piani di questa poesia di Kate Clanchy (Glasgow, 1965): la prima strofa è la constatazione del presente, la visione di un albero di mele nel giardino di casa; la seconda è il regno dell’immaginazione, appare l’amato che rincasa in bicicletta nella magia del crepuscolo; la terza è la valutazione del momento che i due si trovano a vivere: dopo aver messo da parte i sogni d’avventura, hanno finalmente trovato l’equilibrio del punto fermo, della casa illuminata accanto a cui sfrecciano i treni nella sera.

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Melo

DIPINTO DI ROSEMARY MILLETTE

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LA FRASE DEL GIORNO
Casa non è il posto, sono le persone.
LAURIE ARENT, NCIS: New Orleans, stagione 1, episodio 3

domenica 21 agosto 2016

Nel tuo specchio

 

DEREK WALCOTTWalcott

L’AMORE DOPO L’AMORE

Verrà il momento
in cui, con gioia,
saluterai te stesso mentre arrivi
alla tua porta, nel tuo specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,

dicendo: siediti qui. Mangia.
Amerai di nuovo l’estraneo che era in te.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, all’estraneo che ti ha amato

per tutta la vita, che hai ignorato
per un altro, che ti conosce a memoria.
Togli le lettere d’amore dallo scaffale dei libri,

le foto, gli appunti disperati,
sbuccia la tua immagine dallo specchio.
Siediti. Banchetta con la tua vita.

(Love after love, da Uve di mare, 1976 – Traduzione di Matteo Campagnoli)

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Devo ammettere di essere rimasto affascinato la prima volta che lessi questa poesia del Premio Nobel di Saint Lucia Derek Walcott (Castries, 1930): era un momento di passaggio nella mia vita e la interpretai forse con maggiore intensità proprio per quello. C’è l’accettazione di se stessi, la possibilità infine di prendersi per quello che si è, di decidere infine di vivere pienamente la propria vita.

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ManInTheMirror

KATHLEEN STEEGMANS, “MAN IN THE MIRROR”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ah, pane della vita, che solo l'amore sa far lievitare!

DEREK WALCOTT, Mezza estate

sabato 20 agosto 2016

Quella fiamma di lino

 

GIORGIO CAPRONI

INCONTRO

Nell’aria fresca d’odore
di calce per nuove case,
un attimo: e più non resta
del tuo transito breve
in me che quella fiamma
di lino – quell’istantaneo
battito delle ciglia,
e il pànico del tuo sorpreso
– nero, lucido – sguardo.

(da Ballo a Fontanigorda, 1938)

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C’è spesso in Giorgio Caproni (1912-1990) questo gusto sensoriale: in questo caso è l’olfatto – l’odore aspro della calce – a fondersi con una sensazione indefinibile, l’incrocio fugace con una donna (una delle tanti passanti che attirano i poeti, ma questo è un altro discorso), che se ne va lasciando dietro di sé soltanto la sua immagine già perduta nella memoria: “Ma io sento ancora / fresco sulla mia pelle Il vento / d’una fanciulla passatami a fianco / di corsa”.

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Kohn

ANDRE KOHN, “WOMAN IN RED DRESS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Tutti riceviamo un dono. / Poi, non ricordiamo più / né da chi  né che sia. / Soltanto, ne conserviamo / – pungente e senza condono – / la spina della nostalgia.
GIORGIO CAPRONI, Res amissa

venerdì 19 agosto 2016

Vieni, passeggiamo


IZET SARAJLIĆ

QUEI DUE ABBRACCIATI


Quei due abbracciati sulla riva del Reno a Gottlieben
potevamo essere anche tu ed io,
ma noi due non passeggeremo mai più
su nessuna riva abbracciati.
Vieni, passeggiamo almeno in questa poesia.


2000

(da Qualcuno ha suonato, Multimedia Edizioni, 2009 – Trad. Sinan Gudžević e Raffaella Marzano)

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Nel sogno ad occhi aperti Izet Sarajlić (1930-2002), poeta bosniaco, rivive per un istante quello che fu il suo amore per la moglie Mikica, morta per gli stenti della guerra di Bosnia. Quella coppia allacciata è per l’immaginazione la memoria vivente di ciò che un tempo costituì un bellissimo e profondo rapporto sentimentale – lui musulmano, lei cattolica - e che nella poesia vive ancora.

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Afremov

 LEONID AFREMOV, “CITY BY THE LAKE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Resta col mio ti amo che sopravvivrà a tutte le mie / lamentevoli nenie, a tutte le mie trasformazioni.
IZET SARAILIĆ, Chi ha fatto il turno di notte

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