domenica 22 gennaio 2017

Centenario di Rainer Brambach

 

Rainer Brambach, uno dei principali poeti svizzeri degli Anni ‘50 e ‘60 nasceva cento anni fa, il 22 gennaio 1917 a Basilea. Giardiniere, autodidatta, la sua vena poetica emerse dopo la Seconda guerra mondiale, da lui trascorsa in prigioni e campi di lavoro. La sua poesia sgorga spontanea: “Non scrivo lettere commerciali,  / non insisto sulla nomina / e non chiedo il rinvio.  / Scrivo poesie”, spesso incentrata sul mondo naturale, vista anche la sua attività – i tranquilli paesaggi del Reno Superiore, soprattutto - ma con una concezione moderna: “La natura nella poesia, certamente, è possibile! Ma deve essere vista con occhi nuovi - mostrata in metafore incontaminate”. Osservatore capace di esprimersi con apparente semplicità, Brambach rimase però sempre estraneo al mondo letterario, manifestando un disprezzo per i valori materiali che lo portò a vivere in povertà. Morì a Basilea nel 1983.

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Brambach

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VITA QUOTIDIANA

Andare dove devo andare
Piantare un nuovo albero
Irrigare il giardino anche se continua a piovere
Ingrassare la ruota
e controllare i freni
Leggere il giornale senza il desiderio
di emigrare
Ricevere gli amici
Dimenticare
Rose o galline?
Scrivere poesie
e non far caso alla musica dei violini
del cielo
che sia azzurro o coperto.

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LO STRANIERO

Quello che domandò la strada,
veniva dalla Grecia.
Argo, Chio, Atene.
La strada per la stazione di Badem
era difficile da indicare.
Ho pensato all’Odissea.
Mi salutò togliendosi il cappello: nelle gocce di pioggia
brillavano delfini
d’argento.

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CASA DI RIPOSO

Sono un giardiniere in pensione,
conosco ancora
l’orario degli otto venti.
Le mie previsioni
su quando giungeranno le nuvole di pioggia,
sono degne di fiducia.

A parte la gotta e l’insaziabile desiderio
di un bicchierino di grappa,
non mi dà fastidio nulla. I miei amici sono morti
e i nemici sono spariti.

Questo mondo, che non capisco più,
mi visita sotto forma di giornale
una volta alla settimana
e più volte ogni giorno
svolazza uno stormo di passeri davanti alla mia finestra.
Per avermi dato confidenza, li ho promossi
a fringuelli.

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LA FRASE DEL GIORNO
Scrivo poesie in fiere, / musei, caserme e giardini zoologici. / Scrivo ovunque, /
dove le persone e gli animali sono simili
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RAINER BRAMBACH

sabato 21 gennaio 2017

Centenario di Jón úr Vör

 

Il poeta islandese Jón úr Vör (pseudonimo di Jón Jónsson) nasceva il 21 gennaio 1917 a Patreksfjörður. Poverissimo, in una famiglia con 15 figli, fu dato in affidamento a una coppia di fattori. Dopo aver lavorato nella costruzione di strade, trascorse la sua vita come bibliotecario, redattore radiofonico ed editore. Nel 1946 generò un aspro dibattito in Islanda il suo abbandono – influenzato da anni trascorsi in Svezia e Svizzera - delle forme metriche tradizionali e delle rime, che con il poema ciclico “Il villaggio” diede origine alla corrente modernista dei “poeti atomici”. Morì nel 2000.

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Jon ur Vor

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PIENO INVERNO

Ho creduto che invischiassero
rose rosse e bianche
e l'aria profumava dolce
in pieno inverno.
Colei che amavo
camminava verso me.

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TRANQUILLA E SILENZIOSA

Tranquilla candela la luce
nella mano bianca del candelabro,
dolce e in silenzio il sole attraversa
le terre in penombra.

Tante chiacchiere
non cancelleranno la miseria del mondo.

Tranquillo e silenzioso nella terra
il grano diventa pane.

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CIOTTOLI

Ricorda
queste parole minuscole
piccole
pupille levigate dalle onde
della fredda eternità

Mettile una a una
sotto la radice della lingua,
per trovare finalmente
quella
che si scioglie sulle tue labbra
e diventa poesia.

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LA FRASE DEL GIORNO
Ti sei costruito una prigione / con queste parole spogliate di senso. / Non esci più. // Ogni notte tu sogni / che la parola chiave si mormori / attraverso il muro – / e allora ti svegli.
JÓN ÚR VÖR

venerdì 20 gennaio 2017

Il bel pensiero

 

UMBERTO SABA

IL BEL PENSIERO

Uno di quei pensieri che tra il sonno
e la veglia consolano la casta
adolescenza; e ben di rado poi
fan ritorno fra noi.
Io perseguivo il mio pensiero come
si persegue una bella creatura,
che ne conduce ove a lei piace, ed ecco:
perdi per sempre la sua leggiadria
a una svolta di via.
Una voce profana, un importuno
richiamo il bel pensiero in fuga han messo.
Ora lo cerco in ciechi labirinti
d'inferno, o so ch'esser non può lontano,
ma che sperarlo è vano.

(da Trieste e una donna, 1912)

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Cos’è il bel pensiero che cerca il poeta triestino Umberto Saba (1883-1957)? Cos’è quel qualcosa che conoscevamo in sogno, che ci sembrava di poter afferrare nel dormiveglia e poi invece non abbiamo più ricordato? Probabilmente il senso del vivere, la conoscenza delle cose…

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Man on a Parisian street

FOTOGRAFIA © IMGARCADE

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LA FRASE DEL GIORNO
Malinconia amorosa / del nostro cuore, / come una cura secreta o un fervore / solitario, più sempre intima e cara.
UMBERTO SABA, Trieste e una donna

giovedì 19 gennaio 2017

Ti cercavo

 

JOSÉ AGUSTÍN GOYTISOLO

NEGLI ANGOLI DI IERI

In luoghi perduti
contro ogni speranza
ti cercavo.

In città senza nome
negli angoli di ieri
ti ho cercato.

In ore tristi
nell’ombra amara
ti cercavo.

E quando lo sconforto
mi chiedeva di tornare
ti ho incontrato.

(da A volte un grande amore, 1981)

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L’ansia della ricerca del Grande Amore è il tema di questa poesia del catalano José Agustín Goytisolo (1928-1999): il percorso lungo e faticoso di un romantico che alla fine, dopo aver cercato a lungo, quasi contro ogni speranza, quando ormai sta per sopraggiungere la rassegnazione, riesce finalmente a incontrarlo (o a essere incontrato dall’amore).

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Schloe

ILLUSTRAZIONE DI CHRISTIAN SCHLOE

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LA FRASE DEL GIORNO
Cercando di far uno ciò che è due, Amore cerca di medicare l'umana natura.
PLATONE, Simposio

mercoledì 18 gennaio 2017

Di’ cose belle alla tua fidanzata

 

LUIS ALBERTO DE CUENCA

BÉVITELA

Di’ cose belle alla tua fidanzata:
“Hai un corpo da clessidra
e un’anima da film di Hawks”.
Diglielo a voce bassa, le tue labbra
attaccate al suo orecchio, e che nessuno
possa ascoltare ciò che stai dicendo
(ossia che le sue gambe sono razzi
diretti verso il centro della terra,
o che i suoi seni sono il nascondiglio
di un gambero di mare, o che la sua schiena
è argento vivo). E quando si convince
e inizia a sciogliersi tra le tue braccia,
non indugiare un attimo:
bévitela.
 


(da Il bosco e altre poesie, 1997 – Traduzione di Stefano Bernardinelli)

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Luis Alberto De Cuenca (Madrid, 1950), poeta spagnolo, nella raccolta Il bosco e altre poesie copre qua e là il suo consueto disinganno con un velo d’ironia: in tale ottica si può leggere questa sorta di ricetta amorosa, un cocktail da bere senza indugio.

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Secret

ANGELA TREAT LYON, “OUR SECRET”

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LA FRASE DEL GIORNO
È una cosa talmente semplice fare all’amore… È come aver sete e bere
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LEONARDO SCIASCIA, Todo modo

martedì 17 gennaio 2017

Fuggiasco come me

 

RAFFAELE CARRIERI

QUALCUNO CHE MI SOMIGLIA

Una sera sul Quai Voltaire
Qualcuno che mi somiglia
Verrà a ricominciare
L'intesa delle ciglia.
Qualcuno che mi somiglia
Fuggiasco come me
T'ingannerà coi suoni
Rochi del fiume.
Qualcuno che mi somiglia
Ti piegherà a giunchiglia.

(da Canzoniere amoroso, 1958)

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L’estraniamento è una cifra costante nell’opera del poeta tarantino Raffaele Carrieri (1905-1983): fuggiasco, vagabondo lunghi anni per vari paesi senza mai accasarsi, è ben rappresentato da quel vuoto, da quell’assenza incarnata da un altro – “qualcuno che mi somiglia” - che porta a compimento quell’amore che lui, proprio per questo suo nomadismo non solo fisico, non ha saputo cogliere.

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Boubat

FOTOGRAFIA © EDOUARD BOUBAT

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia sei tu, il tuo sangue, i tuoi occhi, il tuo passato e il tuo presente. Quel che è rimasto da tutto ciò che volevi essere.
RAFFAELE CARRIERI, La giornata è finita

lunedì 16 gennaio 2017

Si siede al tavolo e scrive

 

JUAN GELMAN

CONFIDENZE

Si siede al tavolo e scrive
«con questa poesia non prenderai il potere» dice
«con questi versi non farai la Rivoluzione» dice
«neanche con mille versi farai la Rivoluzione» dice

e ancora: questi versi non serviranno
a far vivere meglio i braccianti i maestri i boscaioli
a farli mangiare meglio o a far sì che lui stesso mangi e viva meglio
né serviranno a fare innamorare una donna

non guadagnerà soldi con essi
non andrà al cinema gratis con essi
non gli daranno vestiti per essi
né otterrà tabacco o vino per essi
 
né pappagalli né sciarpe né barche
né tori né ombrelli avrà per essi
se a causa loro la pioggia lo bagnerà
non raggiungerà il perdono o la grazia per essi

«con questa poesia non prenderai il potere» dice
«con questi versi non farai la Rivoluzione» dice
«neanche con mille versi farai la Rivoluzione» dice
si siede al tavolo e scrive

(da Relazioni, 1973)

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È la solita vecchia domanda che i poeti si sentono porre e si pongono: «A che cosa serve la poesia?» Certamente, non a prostituirsi al potere, perché in tal modo si svilisce. Ma neppure a guadagnare soldi o avere merci in cambio. La poesia è un sogno e, come la bellezza di Oscar Wilde, esiste e nulla più. Anzi, addirittura urge: così il protagonista di questi versi del poeta argentino Juan Gelman (1930-2014), dopo essersi convinto dell’apparente inutilità della poesia, si siede comunque e scrive. Chiarissimo è il pensiero di Gelman, come appare anche da questa intervista rilasciata nel 2003 al “Secolo XIX”: “Credo che l'unico tema della poesia sia la poesia stessa. Chiedere all'atto poetico una funzione politica non ha ragion d'essere. Se la poesia deve assolvere a una funzione «sociale», questa risiede nella difesa della memoria. Quando si tenta di cancellarla, così come hanno tentato di fare i regimi militari sudamericani nel corso di questo tormentato mezzo secolo, si crea un vuoto che cancella il senso di appartenenza alla realtà sociale. La poesia ha il potere di riempire questo vuoto. Per questo è, io credo, una delle più grandi ricchezze che l'umanità possiede. Spesso senza avvedersene”.

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Gelman

FOTO © SOCIEDAD POLITICA

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LA FRASE DEL GIORNO
Scrive perché / la vita lo scrive e crede / di scrivere di / quel che essa non sa
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JUAN GELMAN, Valer la pena

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