domenica 23 aprile 2017

Amore, tu sapessi…

 

VITTORIO BODINI

CON QUESTO NOME

Amore, cosa chiamo con questo nome
io non sono più certo di sapere.
Se ricerco nel fondo ove s'immerse
il tuo quieto naufragio,
fra i denti degli squali, di quelle sabbie gelosi,
presto riemerge il mio pensiero nudo
al visibile giorno,
con le braccia ferite e qualche filo
d'alga sul corpo, o i ciechi segni d'una medusa.

Ma a sera, se col passo delle fiere
che convengono caute presso lo stagno,
fra gli azzurri veleni che mesce il cielo,
in me come a tremante vetro s'affacciano
le antiche colpe, o errori, o la presente
solitudine, oh allora, come sei
tu stranamente viva sulle mie labbra,
e che stupiti altari la mia voce
odono che si scolpa nelle tenebre
a mia insaputa: O amore, tu sapessi…

(da La luna dei Borboni, 1952)

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Siamo nel pieno dell’ermetismo: questa poesia di Vittorio Bodini (1914-1970)apparve il 31 gennaio 1947 su Libera voce e si inserisce nel dibattito epistolare prima e letterario poi in corso con l’amico critico Oreste Macrì. Non è solo la definizione di amore a essere al centro del discorso, ma l’essenza stessa del dire poetico, la difficoltà – o impossibilità addirittura – di comunicare, quella che in Zeta (1969)sarà “questa mano accusativa / che non salva e non placa /che lascia tutto come sta”.

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Tramonto

FOTOGRAFIA © COLOURBOX.COM

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LA FRASE DEL GIORNO
Il poeta passeggia fra i seni altrui / fra lune altrui / ed intanto si interroga sulla propria / statura d'uomo.

VITTORIO BODINI, Zeta

sabato 22 aprile 2017

Deposito di ombre

 

OLGA OROZCO Orozco

CANTI A BERENICE, VI

Non hai mangiato il loto dell’oblio
- l’omerico privilegio degli dei –,
perché sapevi già che chi dimentica diventa un oggetto inanimato
- abbandonato alla risacca o relitto alla deriva -
all’estro del capriccioso mare delle altre memorie.
E così hai frugato un giorno nel tuo deposito di ombre
e hai annodato di nuovo con teneri lacci piccole ossa disperse,
tessuti innamorati del sapore della pioggia,
viscere dolci come arnie soprannaturali per l’ape regina,
denti che furono lupi nelle steppe della luna,
unghie che furono tigri nella profonda giungla imbalsamata.
E hai avvolto tutto in questo sacco di carbone stellato
che hai scagliato fino a qui, come da un treno in corsa,
e che in qualche luogo ha lasciato un buco attraverso cui ti aspirano
e dove devi tornare.

(da Canti a Berenice, 1977)

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Sant’Agostino nelle sue Confessioni scrisse che “La facoltà della memoria è grandiosa. Ispira quasi un senso di terrore, Dio mio, la sua infinita e profonda complessità”. Ricordare significa ricostruire, riconnettere, riallacciare collegamenti dispersi, come fa il protagonista di questi versi della poetessa argentina Olga Orozco (1920-1999): come un moderno Dottor Frankenstein rimette assieme i pezzi dolorosamente ma anche dolcemente, tenendo ben presente che l’oblio è il nulla.

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Olbinski

DIPINTO DI RAFAL OLBINSKI

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LA FRASE DEL GIORNO
Tua sorella, la memoria, con un giovane ramo ancora tra le mani, / racconta un’altra volta la leggenda infinita di un paese di nebbia.
OLGA OROZCO, Da lontano

venerdì 21 aprile 2017

Centenario di Palau i Fabre

 

Il poeta e critico d’arte spagnolo Josep Palau i Fabre nasceva il 21 aprile 1917 a Barcellona. Vi morirà nel 2008. Narratore, drammaturgo, saggista, massimo esperto di Picasso, fu il principale esponente della letteratura in lingua catalana del dopoguerra, che sviluppò curiosamente per cicli: poesia dal 1942 al 1952, teatro dal 1957 al 1986, narrativa breve dal 1983 al 1996. Ammaliato dall’alchimia, la applica alla poesia, intesa non “come fine a se stessa, ma come mezzo d’esplorazione, o di sperimentazione, come per altri possono essere il microscopio o la musica – come ne  medioevo si usavano i metalli”.

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Palau

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LETTERA

Ti scrivo parole di fuoco con una matita rossa.
Se ti parlo del bacio è già un po' baciarti.

Barcellona, 1940

(da Poesie epigrammatiche, 1940-42)

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LORELEI

La musica dell'acqua
come una bianca donna.
Perché la mia barca
naviga questi luoghi?
Non esiste alba in me
né aria a sufficienza
per farmi più leggera
questa canzone estranea.

23 gennaio 1943

(da Poesie dell'alchimista, 1952)

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LA GRANDE CORSA DEL MARE

a Amàlia Tineo

La grande corsa del mare sempre diversa
(ho navigato la Grecia catalana)
mi attira con le sirene impossibili
e i delfini lucenti – fulgore di spade -
e gli azzurri, sempre più azzurri, delle lontananze.

Adesso navigo in me stesso un’acqua
più nuda e trasparente, più impalpabile.
Un’acqua come aria. Alba
del cuore, in pace, senza barche né onde;
senza delfini né remi, senza funi né scalmi;
un’acqua solo acqua e acqua e acqua.

(da Poesie dell'alchimista, 1952)

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Vedi anche:

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LA FRASE DEL GIORNO
Un poeta non lo scopre nessuno. Un poeta si scopre da sé il giorno che scrive i primi versi buoni.

JOSEP PALAU I FABRE, Pensieri

giovedì 20 aprile 2017

Marino Muñoz Lagos

 

Lo scorso 15 aprile all’Hospital Clinico de Magallanes a Punta Arenas è scomparso il poeta cileno Marino Muñoz Lagos, amico di Pablo Neruda e di Francisco Coloane. Nato nel 1925 a Machlan, si trasferì nel sud nel 1948 per rimanervi e diventare la voce della poesia australe: “Quanti amano questa terra non dimenticano gli elementi essenziali che la fanno imprescindibile: la distanza, il colore, la solitudine, il vento, la neve”. Elementi naturali e atmosferici che permeano la sua poesia, abitata da marinai e navigatori di lungo corso e dal paesaggio magellanico del sud del Cile.

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Marino Muñoz Lagos

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VECCHI POETI DEL MARE

Amo i vecchi poeti
che ci parlano di porti diversi
e di bar singolari,
di pianole dall’alto delle alte
muraglie e voci di paesi lontani
tra bicchieri di rum,
birre spumeggianti
e una pugnalata ben assestata.

Questi poeti tornano sui loro passi
e hanno il compito di darci un mare
di vecchie litografie.

Eppure è affascinante viaggiare
verso quei porti
dove i bar diventano
gli azzurri pontili della nostalgia.

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PERDONATE I TRADITORI

Quando d’inverno
si mangiavano le prime castagne
e la pioggia era
una ragazza che giungeva
sui vetri,
rincorrevi i tuoi figli
uno a uno e faccia a faccia,
e indovinando i loro sogni
o i tuoi, dicevi
con segreta speranza: "medico,
ingegnere, donna di casa, contadino,
albero, spiga, poeta".
Madre: ti abbiamo tradito.
Siamo i più celebri
vagabondi della terra.

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BAR COSMOPOLITA

Arriviamo al bancone come una nave
che accosta al molo.

Il bar respira il fumo azzurro
di svariati tabacchi
e a mala pena riusciamo a scorgere
i gesti della cameriera.

Si parla di lunghi viaggi
e gli avventori più ubriachi
si guardano nei fantasmi che sorgono
dagli specchi rotti.

All’improvviso si apre una porta
a un colpo di vento
e tutti ci vediamo navigare
in un mare di tenebre
verso la più spaventosa ubriachezza.

(da I volti della pioggia, 1970)

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LA FRASE DEL GIORNO
Abitiamo la nostalgia come se fosse una vecchia casa.

MARINO MUÑOZ LAGOS, I volti della pioggia

mercoledì 19 aprile 2017

Il tuo sguardo

 

MARÍA CINTA MONTAGUTMontagut

LA SERA

La sera
Quando il sole spietato svanisce,
Quando la brezza si installa nel ricordo
E gli specchi sanno che è giunto il loro tempo,
Disegno con le mie mani il tuo sguardo.
Mai i tuoi occhi mi hanno amato come l’aria,
Mai le tue labbra.
La tua pelle come praterie
dove fiumi azzurri si contemplano,
Mai il tuo corpo intero.
La sera
Il tuo sguardo è un cacciatore solitario.

(da Come un lento pugnale, 1980)

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Lo sguardo dell’altro,il corpo dell’altro come mezzo per riconoscersi: è questo il tema centrale della raccolta Come un lento pugnale della poetessa spagnola María Cinta Montagut (Madrid, 1946). Ricrearlo, immaginarlo, non è soltanto un mezzo per sopperire all’assenza ma anche un modo per comprendere, per ricostruire, sera dopo sera…

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Van Hove

DIPINTO DI FRANCINE VAN HOVE

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LA FRASE DEL GIORNO
Lo sguardo alle volte può farsi carne, unire due persone più di un abbraccio
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DACIA MARAINI

martedì 18 aprile 2017

Scatto ultrarapido

 

BILLY COLLINS

BALISTICA

Quando mi sono imbattuto nella foto a scatto ultrarapido
di un proiettile che aveva appena perforato un libro
con le pagine che scoppiavano per la velocità,

ho scordato i prodigi della fotografia
e ho cominciato a chiedermi quale libro
il fotografo avesse scelto per lo sparo.

Mi sono venuti in mente tanti romanzi
compresi quelli di Raymond Chandler
dove un proiettile in più si noterebbe a fatica.

La saggistica offriva troppe possibilità:
una storia di case del faro scozzesi,
una biografia di Giovanna D’Arco, e così via.

O poteva essere un’antologia di letteratura medievale,
con il proiettile che aveva appena decapitato Sir Gawain
e sparpagliato il variegato gruppo di pellegrini.

Ma più tardi, mentre scivolavo nel sonno,
ho capito che il libro giustiziato
era una raccolta recente di poesie scritte

da uno che non ammiravo
e che la pallottola doveva aver attraversato
il suo scritto incontrando poca resistenza.

a ottocentoquaranta metri al secondo,
passando per le poesie della sua infanzia
e quelle sullo stato deprimente del mondo

e poi per la foto dell’autore,
attraverso la barba, gli occhiali rotondi
e quello speciale cappello da poeta che gli piace indossare.

(da Balistica, Fazi Editore, 2011 - Traduzione di Franco Nasi)

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“Collins usa il linguaggio comune dell’americano medio, con il ritmo della lingua parlata, senza enfasi retoriche, a volte comico e divertito, altre ironico e commovente, di un’immaginazione che si esercita a partire dagli oggetti quotidiani o dagli elementi della natura; una poesia che rifugge dalle visionarietà apocalittiche” scrive il traduttore e curatore dell’edizione italiana di Balistica, Franco Nasi. Si può apprezzare lo stile di Billy Collins (New York, 1941) nella poesia eponima, dove maggiormente si manifesta quello “sguardo divertito”, quell’ironia nell’osservare il mondo che diventa improvvisamente autoironia.

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Getty

FOTOGRAFIA © GETTY IMAGES PER USO EDITORIALE

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è un mezzo di trasporto economico. Alla fine della poesia il lettore dovrebbe trovarsi in un luogo diverso da quello da cui è partito.

BILLY COLLINS

lunedì 17 aprile 2017

La Pasqua dell’Angelo

 

ANDREA ZANZOTTO

STORIE DELL'ARSURA

I

Vuoto d'acque, misero scheletro
lungo le case del mio paese,
Soligo io ti guardo e non mi basta
la Pasqua dell'Angelo, non piove da mesi.
Hai sete, piccolo fiume imbavagliato
nudo nudo e senza parola.
Io tra le lacrime guardo
il sole allontanato ed offeso dal vento,
la Pasqua dell'Angelo
tra furiosa polvere sparire
e invernali ombre di reticolati
di rive in brulle rive
assecondare la tua magra quiete.
Da tanto a te, Soligo, mi conformo,
la sete lunga lunga trassi come il tuo letto,
da tanto non piove che un'amara abitudine
mi ha tolto ricordarmi
che sia la sete stessa.

II

Dai miei poveri giorni mi svio,
salgo con lena primaverile
verso i boschi di Lorna
e benefiche valli e grato verde
d'aprile acerbamente sogno.
Nulla per dorsi spenti
e per cavi torpori mattutini
nulla dietro il ventaglio del meriggio
che soffocate sere scopre
per tramiti gessosi e stecchi e brividi.
Negli altri anni a queste ore
sulle mie pene invernali
grande e madido il bosco
era cresciuto, mansueto limo
aveva popolato il mio cortile.
Ma ora un sole infelice mi fa scuotere il capo,
or si fende la creta, sbigottito è il ruscello,
e le tue care labbra
sento umide solo
per un'avara dimenticanza
dell'immenso risucchio dell'arsura.

(da Elegia e altri versi, 1954)

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È il Lunedì dell’Angelo, il giorno della tradizionale “gita fuori porta” più sulle orme dell’arte e della natura che dei discepoli diretti a Emmaus. Andrea Zanzotto (1921-2011), poeta trevigiano di Pieve di Soligo, attraversa il paese in un paesaggio primaverile insolitamente dominato dalla siccità – in realtà molto simile a quello di quest’anno - verso i boschi che coprono la collina che lo sovrasta. Buona gita fuori porta a chi ci andrà e comunque buona Pasquetta.

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Soligo

FARRA DI SOLIGO – FOTOGRAFIA © RADIO VENETO UNO

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LA FRASE DEL GIORNO
Dalle passeggiate nel bosco si può imparare molto di più che dalle pagine dei libri
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ROMANO BATTAGLIA, Foglie

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