mercoledì 31 agosto 2011

Forough Farrokhzad

 

Ho scelto alcune delle poesie scritte nella sua breve vita da una donna libera e tumultuosa, l’iraniana Forough Farrokhzad, nata a Teheran nel 1935, sposa a 17 anni, subito madre e divorziata. Sono la testimonianza poetica di una donna appassionata che si trovava a vivere in un paese in contraddizione, dove se non era data la libertà politica, la libertà sessuale era perlomeno sopportata nella borghesia colta. L’Iran degli anni ‘50 e ‘60 con lo Scià e la “dolce vita” persiana, ben diverso dalla teocrazia instaurata successivamente da Khomeini: e infatti la rivoluzione islamica del 1979 mise al bando le opere della Farrokhzad. Forough viaggiò in Germania e Francia, soggiornò a lungo in Italia, girò film e documentari. Si legò a un altro poeta, Nader Naderpur, vivendo di provocazioni che la portarono a sfidare le autorità religiose e i letterati più conservatori: chiedeva con insistenza di poter godere del proprio corpo, contestava il ruolo della donna nel matrimonio tradizionale e nella società. Poi trovò l’amore della sua vita, lo scrittore e regista Ebrahim Golestan: una passione tempestosa, un prendersi e lasciarsi, litigi e rappacificazioni. Aveva litigato furiosamente con lui il 14 febbraio 1967: stava tornando da una visita alla madre e si recava al cinema per assistere a un film italiano quando per evitare uno scuolabus si schiantò con la sua jeep: l’incidente pose fine alla sua vita a soli 32 anni.

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da MURO, 1958

CANTO DI BELLEZZA

Sulle tue spalle, rocce di granito dure e superbe
cascate di luce, ruscella l’onda dei miei capelli.

Sulle tue spalle, muro di cinta di un mirifico castello
danzano, come rami del salice, le ciocche dei miei capelli.

Le tue spalle, torri di ferro,
le tue spalle, fulgenti di sangue e di vita,
hanno il colore di un braciere di rame.

Nel silenzio, nel tempio del desiderio,
addormentata vicino a te,
i segni dei miei baci sulle tue spalle,
come morsi ardenti di serpenti.

Le tue spalle, nella rifrazione del sole
sotto le gocce chiare e tiepide di sudore
sfavillano come cime di montagne.

Le tue spalle, Mecca dei miei sguardi appassionati,
le tue spalle, sigillo di preghiera...

(traduzione di Gina Lagorio)

 

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da RIVOLTA, 1957

PECCATO

Ho peccato, peccato, quanto piacere
nell’abbraccio caldo e ardente ho peccato
fra due braccia ho peccato
accese e forti di caldo rancore, ho peccato.

In quel luogo di buio silenzio appartato
nei suoi occhi colmi di segreti ho guardato,
nel palpito del petto furioso il mio cuore
tremava nei suoi occhi di desiderio in preghiera.

In quel luogo di buio silenzio appartato
accanto a lui al suo fianco sconvolta
la sua bocca desiderio versava tra le labbra mie,
scappata, io, dalle pene del folle mio cuore.

Gli sussurrai piano piano la melodia dell’amore:
ti voglio, ti voglio, anima mia
ti voglio, ti voglio, abbraccio che infiamma
ti voglio, amore mio pazzo.

Il desiderio nei suoi sguardi fiamme avvampava,
il vino nero nella coppa tremava e danzava.
Il mio corpo sul tenero letto
sul suo petto ubriaco oscillava.

Ho peccato, peccato, quanto piacere
accanto all’estatico fremito di un corpo.
Oddio, mio Dio, che cosa ho mai fatto
in quel luogo di buio silenzio appartato?

(Traduzione di Domenico Ingenito)

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da UN’ALTRA NASCITA, 1964

SULLA TERRA

Non ho mai sperato
diventar stella nel miraggio celeste.
Non ho sperato,
come un’anima eletta,
accompagnare angeli silenziosi.
Non mi sono mai separata dalla terra,
non ho mai incontrato una stella.

Sono in piedi, sulla terra.
Il mio corpo: uno stelo d’erba
che, per esistere, succhia
il sole, il vento, l’acqua.

Con i miei desideri,
con il mio dolore,
io sono sulla terra:
voglio l’elogio delle stelle
voglio le carezze del vento.

Guardo dalla mia finestra.
Non sono che l’eco di una canzone :
io non sono eterna.

Di una canzone, cerco solo l’eco,
nel grido di un desiderio
più puro del silenzio del dolore.

Io non cerco il nido
in un corpo steso come la rugiada
sul giaggiolo del mio corpo.

Sul muro della mia vita,
uomini, viandanti,
hanno tracciato ricordi
col nero carbone dell’amore :
un cuore trafitto da una freccia,
una candela rovesciata,
punti pallidi e silenziosi
sulle lettere della follia.
Tutte le labbra
che sfiorarono le mie labbra
hanno creato nella mia notte,
una stella,
che si posava sul fiume dei ricordi.
Perché dovrei invidiare le stelle ?

Questa è la mia canzone,
Non ci fu mai niente, prima.

(Traduzione di Gina Labriola)

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SALUTERÒ DI NUOVO IL SOLE

Saluterò di nuovo il sole,
e il torrente che mi scorreva in petto,
e saluterò le nuvole dei miei lunghi pensieri
e la crescita dolorosa dei pioppi in giardino
che con me hanno percorso le secche stagioni.
Saluterò gli stormi di corvi
che a sera mi portavano in offerta
l’odore dei campi notturni.
Saluterò mia madre, che viveva in uno specchio
e aveva il volto della mia vecchiaia.
E saluterò la terra, il suo desiderio ardente
di ripetermi e riempire di semi verdi
il suo ventre infiammato,
sì, la saluterò
la saluterò di nuovo.
Arrivo, arrivo, arrivo,
con i miei capelli, l’odore che è sotto la terra,
e i miei occhi, l’esperienza densa del buio.
Con gli arbusti che ho strappato ai boschi dietro il muro.
Arrivo, arrivo, arrivo,
e la soglia trabocca d’amore
ed io ad attendere quelli che amano
e la ragazza che è ancora lì,
nella soglia traboccante d’amore, io
la saluterò di nuovo.

(Traduzione di Domenico Ingenito)

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LA FRASE DEL GIORNO
Ah, anche io sono donna, il cui cuore / nel desiderio di averti avanza e si agita, / ti amo, immagine delicata, / ti amo, desiderio impossibile
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FOROUGH FARROKHZAD, Il muro

martedì 30 agosto 2011

Viandante tra i roveti


BLANCA WIETHÜCHTER

LA TERRA TI PORTA

Il tempo si scioglie
nell'istante.
Sei presente col tuo silenzio
costante passeggero.

La terra ti porta
sei comune progenie delle origini
incedi dal centro
come la fiamma.

Dagli alberi crescono i giorni
in cui vivi il giubilo
e visibile ti fai
nella tua voce.
Ti cerchi nell'ombra
che ti sogna:
amico viandante tra i roveti.

(da Assistere il tempo, Sinopia Libri, 2005 – Traduzione di Claudio Cinti)

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È poesia che scava all’interno, con la fatica della ricerca e la soddisfazione di chi alla fine approda anche solo a vedere un barlume rilucere, quella della boliviana Blanca Wiethüchter (1947-2004). Con i suoi versi piani e precisi indaga la realtà, la solleva pietra dopo pietra, penetra come uno speleologo nelle viscere della terra per conoscerne la conformazione, per comprendere i significati e i meccanismi.

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  FOTOGRAFIA © HD WALLPAPERS. COM

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LA FRASE DEL GIORNO
Del terribile fulgore che ogni giorno / registriamo / dell'uomo e della sua ferita / non può esservi oblio.
BLANCA WIETHÜCHTER, Assistere al tempo

lunedì 29 agosto 2011

Il corridoio

 

DINO BUZZATI

IL CORRIDOIO DEL GRANDE ALBERGO

Rientrato nella mia camera d’albergo a tarda ora, mi ero già mezzo spogliato quando ebbi bisogno di andare alla toilette.

La mia camera era quasi in fondo a un corridoio interminabile e poco illuminato; circa ogni venti metri tenui lampade violacee proiettavano fasci di luce sul tappeto rosso. Giusto a metà, in corrispondenza di una di queste lampadine, c’erano da una parte la scala, dall’altra la doppia porta a vetri del locale.

Indossata una vestaglia, uscii nel corridoio ch’era deserto. Ed ero quasi giunto alla toilette quando mi trovai di fronte a un uomo pure in vestaglia che, sbucato dall’ombra, veniva dalla parte opposta. Era un signore alto e grosso con una tonda barba alla Edoardo VII. Aveva la mia stessa meta? Come succede, entrambi si ebbe un istante di imbarazzo, per poco non ci urtammo. Fatto è che io, chissà come, mi vergognai di entrare al gabinetto sotto i suoi sguardi e proseguii, come se mi dirigessi altrove. E lui fece lo stesso.

Ma, dopo pochi passi, mi resi conto della stupidaggine commessa. Infatti, che potevo fare? Le eventualità erano due: o proseguire fino in fondo al corridoio e poi tornare indietro, sperando che il signore con la barba nel frattempo se ne fosse andato. Ma non era detto che costui dovesse entrare in una stanza e lasciare così libero il campo; forse anch’egli voleva andare alla toilette e, incontrandomi, si era vergognato, esattamente come avevo fatto io; e ora si trovava nella stessa mia imbarazzante situazione. Perciò, tornando sui miei passi, rischiavo d’incontrarlo un’altra volta e di fare ancora di più la figura del cretino.

Oppure – seconda possibilità – nascondermi nell’andito, abbastanza profondo, di una delle tante porte, scegliendone una poco illuminata e di qui spiare il campo, fin che fossi stato certo che il corridoio era assolutamente sgombro. E così feci, prima di aver analizzato la situazione a fondo.

Solo quando mi trovai, appiattato come un ladro, in uno di quegli angusti vani (era la porta della camera 90) cominciai a ragionare. Prima di tutto, se la stanza era occupata e il cliente era entrato o uscito, che avrebbe detto trovandomi nascosto dinanzi alla sua porta? Peggio: come escludere che quella fosse proprio la camera del signore con la barba? Il quale tornando indietro, mi avrebbe bloccato senza remissione. Né ci sarebbe stato bisogno di una speciale diffidenza per trovare le mie manovre molto strane. Insomma, restare là era un’imprudenza.

Adagio adagio sporsi il capo a esplorare il corridoio. Da un capo all’altro assolutamente vuoto. Non un rumore, un suono di passi, un’eco di voce umana, un cigolìo di porta che si aprisse. Era il momento buono: sbucai dal nascondiglio e a passi disinvolti mi incamminai verso la mia stanza. Lungo il tragitto, pensavo, sarei entrato un momento alla toilette.

Ma nello stesso istante, e me ne accorsi troppo tardi per potere riacquattarmi, il signore con la barba, che evidentemente aveva ragionato come me, usciva dal vano di una delle porte in fondo, forse la mia, e mi muoveva decisamente incontro.

Per la seconda volta, con imbarazzo ancora maggiore, ci incontrammo dinanzi alla toilette; e per la seconda volta nessuno dei due osò entrare, vergognandosi che l’altro lo vedesse; adesso sì c’era veramente il rischio del ridicolo.

Così, maledicendo tra me il rispetto umano, mi avviai sconfitto alla mia stanza. Come fui giunto, prima di aprire l’uscio, mi voltai a guardare: laggiù, nella penombra, intravidi quello con la barba che simmetricamente entrava in camera; e si era voltato a guardare alla mia volta.

Ero furioso. Ma la colpa non era forse mia? Cercando invano di leggere un giornale, aspettai per più di mezz’ora. Quindi aprii la porta con cautela. C’era nell’albergo un gran silenzio, come in una caserma abbandonata; e il corridoio più che mai deserto. Finalmente! Scattai quasi di corsa, ansioso di raggiungere il locale.

Ma dall’altra parte, con un sincronismo impressionante, quasi la telepatia avesse agito, anche il signore con la barba guizzò fuori dalla sua camera e con sveltezza impressionante puntò verso il gabinetto.

Per la terza volta perciò ci trovammo a fronte a fronte dinanzi alla porta e vetri smerigliati. Per la terza volta tutti e due simulammo, per la terza volta si proseguì entrambi senza entrare. La situazione era tanto comica che sarebbe bastato un niente, un cenno, un sorrisetto, per rompere il ghiaccio e voltare tutto in ridere. Me né io, né probabilmente lui, si aveva voglia di scherzare; al contrario; una rabbiosa esasperazione urgeva, un senso d’incubo, quasi che fosse tutta una macchinazione ordita misteriosamente in odio a noi.

Come nella prima sortita, finii per scivolare nel vano di una porta ignota e qui nascondermi in attesa degli eventi. Ora mi conveniva, per limitare almeno i danni, di aspettare che il barbuto, certamente appostato come me all’altra estremità del corridoio, sbucasse dalla trincea per primo: lo avrei quindi lasciato avanzare un buon tratto e solo all’ultimo sarei uscito anch’io; ciò allo scopo di imbattermi con lui non più dinanzi alla toilette bensì molto più in qua, cosicché, superato l’incontro, io rimanessi libero di agire senza noiosi testimoni. Se invece lui, prima d’incontrarmi, si fosse deciso a entrare nel locale, tanto meglio; esaudite le sue necessità, si sarebbe poi ritirato in camera e per tutta la notte non si sarebbe più fatto vivo.

Sporgendo appena un occhio dallo stipite (per la distanza non potevo vedere se l’altro stesse facendo altrettanto), restai in agguato lungo tempo. Stanco di stare in piedi, a un certo punto mi accoccolai sulle ginocchia, senza interrompere mai la vigilanza. Ma l’uomo non si decideva a uscire. Eppure egli era sempre laggiù, nascosto, nelle mie stesse condizioni.

Udii suonare le due e mezza, le tre, le tre e un quarto, le tre e mezza. Non ne potevo più.
Infine caddi addormentato.

Mi risvegliai con le ossa rotte, che erano già le sei del mattino. Sul momento non ricordavo nulla. Che cos’era successo? Come mai mi trovavo là per terra? Poi vidi altri come me, in vestaglia, rincantucciati negli anditi delle cento e cento porte, che dormivano: chi in ginocchio, chi seduto sul pavimento, chi assopito in piedi come i muli; pallidi, distrutti, come dopo una notte di battaglia.

(da In quel preciso momento, Neri Pozza, 1950)

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Cominciamo da Anacreonte per parlare di questo racconto bello e inquietante come solo Dino Buzzati (1906-1972) sapeva scriverne: il lirico greco vissuto nel VI secolo avanti Cristo ci ha lasciato questi versi: “Chi si cruccia della critica del prossimo / non avrà gran gioia nella vita”. Le convenzioni spesso non sono altro che insignificanti e inutili riti, sono segno di una fragilità ben diversa dalla timida sensibilità: diventano delle gabbie in cui ci autorecludiamo, incapaci poi di aprire la porta e spiccare il volo. Il testo di Buzzati si può leggere psicologicamente  anche come una critica del conformismo, della sua limitazione alla libertà e quindi alla crescita personale. È, comunque, il segno della grande capacità che lo scrittore bellunese aveva di scrutare dentro l’animo umano, di cogliere i lati oscuri dove si annidano le ombre.

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FOTOGRAFIA © HOTEL ATLANTIS, DUBAI

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LA FRASE DEL GIORNO
Se non esistessero le convenzioni e i pregiudizi, l'immoralità non avrebbe motivo di sussistere. Nulla è di per sé morale o immorale.
CARLO MARIA FRANZERO, Il fanciullo meraviglioso

domenica 28 agosto 2011

E mi ha guardato…


GUSTAVO ADOLFO BÉCQUER

XVII. OGGI LA TERRA E I CIELI MI SORRIDONO

Oggi la terra e i cieli mi sorridono,
oggi giunge al fondo della mia anima il sole,
oggi l’ho vista…, l’ho vista e mi ha guardato…
oggi credo in Dio!

(da Rimas, 1871)

 

Quattro versi soltanto, quattro versi per esprimere tutta la felicità che un uomo prova perché ha ottenuto l’attenzione della donna che ama – romanticamente idealizzata qui, secondo il gusto ottocentesco di Gustavo Adolfo Bécquer (1836-1870), poeta spagnolo che abbiamo più volte incontrato nel percorso del Canto delle Sirene: è l’amore che vince la morte e che sublima la realtà quotidiana. Gioia del desiderio, gioia del possibile, sensazione felice che eleva.

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RAY Mc CARTHY, “SUNFLOWER

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LA FRASE DEL GIORNO
Due idee che all' unisono sbocciano / due baci che a un tempo schioccano; / due echi che si confondono... / tutto ciò sono le nostre due anime.
GUSTAVO ADOLFO BÉCQUER, Rimas

sabato 27 agosto 2011

Un uomo sulla spiaggia

 

HARIS VLAVIANOS

MEDITAZIONI D’AGOSTO

1.

Se un uomo sulla quarantina
disegna ancora mari e colombaie,
se nel suo pensiero si riflette
un sole più trasparente,
più lucido del sole reale,
se la parola "Amorgos" non è solo
la maschera di un fugace ricordo adolescenziale,
allora tra la poesia del desiderio
e la poesia della necessità
la perdita palpita davvero.

2.

I prologhi si sono consumati.
Non possono sempre sostituire l'argomento.
Deve decidere se può
reggere questa idea assoluta
anche se ha smesso di credere alla sua forza.

3.

Successive metamorfosi di paradiso.
L'occhio cerca di interpretare l'enigma della bellezza
mentre Delo emerge lentamente all'orizzonte.
L'estate sembra durare un'eternità.
La poesia comincia a inventare se stessa
nel momento in cui lui volge il viso alla luce.

(Il momento in cui l'immaginazione,
libera dalla sensazione del bianco ardente,
verticalmente si leva nel cielo.)

4.

Non una vela all'orizzonte
a lacerare la tela lontano.
L'immagine di un albero
con i rami spazzati dal vento scava lo sfondo
non è una parte del paesaggio oggi.
Eppure, c’è la vecchia signora che sale in ginocchio
tenendo stretta la sua icona.

5.

L'uomo sta camminando sulla spiaggia da solo.
È ancora commosso dal sussurro melodioso delle onde,
dal modo in cui l'acqua canta la ninna nanna alla roccia.
La natura intorno a lui
(cedri, marce barche da pesca, ciottoli)
ha una malinconica, semplice luminosità.
Se dovesse morire in questo momento,
vorrebbe essere qui,
in questo luogo, dove è già stato.
Anche per un po'.
Per ora.

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Un giorno caldo d’agosto. Delo, il suo mare azzurro, le sue spiagge sassose, le colline viola sullo sfondo, le case bianche con i balconi verniciati di turchese. È lì, tra le onde che sembrano cullare ogni cosa e riverberano riflessi prima di lambire barche sfasciate e sassi levigati dall’incessante muoversi del mare, che un uomo sulla quarantina medita sulla poesia e sulla sua funzione, sulla memoria, sui ricordi, sul senso della vita. L’uomo è un poeta greco, Haris Vlavianos, nato però a Roma nel 1957, insegnante di Storia e Storia delle Idee all’American Greece College di Atene.

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FOTOGRAFIA © SAILKO

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LA FRASE DEL GIORNO
Anche noi, come l'acqua che scorre, siamo viandanti in cerca di un mare.
JUAN BALADÁN GADEA, Di solitudine e amore

venerdì 26 agosto 2011

Non seppi il vero Amore


GUIDO GOZZANO

CONVITO

I.

M'è dolce cosa nel tramonto, chino
sopra gli alari dalle braci roche,
m'è dolce cosa convitar le poche
donne che mi sorrisero in cammino.

II.

Trasumanate già, senza persone,
sorgono tutte... E quelle più lontane,
e le compagne di speranze buone
e le piccole, ancora, e le più vane:
mime crestaie fanti cortigiane
argute come in un decamerone...

Tra le faville e il crepitio dei ceppi
sorgono tutte, pallida falange...
Amore no! Amore no! Non seppi
il vero Amor per cui si ride e piange:
Amore non mi tanse e non mi tange;
invano m'offersi alle catene e ai ceppi.

O non amate che mi amaste, a Lui
invan proffersi il cuor che non s'appaga.
Amor non mi piagò di quella piaga
che mi parve dolcissima in altrui...
A quale gelo condannato fui?
Non varrà succo d'erbe o l'arte maga?

III.

- Un maleficio fu dalla tua culla,
né varrà l'arte maga, o sognatore!
Fino alla tomba il tuo gelido cuore
porterai con la tua sete fanciulla,
fanciullo triste che sapesti nulla,
ché ben sa nulla chi non sa l'Amore.

Una ti bacierà con la sua bocca,
sforzando il chiuso cuore che resiste;
e quell'una verrà, fratello triste,
forse l'uscio picchiò con la sua nocca,
forse alle spalle già ti sta, ti tocca;
già ti cinge di sue chiome non viste...

Si dilegua con occhi di sorella
indi ciascuna. E si riprende il cuore.

“Fratello triste, cui mentì l'Amore,
che non ti menta l'altra cosa bella!”

(da I colloqui, 1911)

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Un reduce: questo è Guido Gozzano, un uomo che ha creduto di trovare nell’Amore prima e nella morte (“l’altra cosa bella”) poi la chiave che gli aprisse il senso della vita. Ma l’amore si riduce infine al lato fisico (il sesso con le attricette, le cameriere, le ragazze di vita) e diventa il rimpianto per le donne che avrebbe potuto amare – la sua opera è un susseguirsi di simili figure, dalla ciclista Graziella alla prostituta Cocotte, dalla celeberrima Signorina Felicita a Carlotta, l’amica di Nonna Speranza, un continuo esaminare l’impossibilità di amare. E la morte – che lo coglierà comunque giovane a soli 32 anni – per lui altro non è che la fine di questa finzione romantica: nel sonetto La differenza alla papera che un giorno sarà cucinata dice “tu insegni che la Morte non esiste: / solo si muore da che s'è pensato”. Ecco allora il poeta, dopo aver infine rifiutato le lusinghe delle “due cose belle”, intento in un tramonto crepuscolare a ricordare le donne che hanno attraversato la sua vita: davanti al caminetto ancora una volta Gozzano constata che non gli è possibile conoscere il vero amore, e le fiamme che ardono i ceppi riescono almeno a lenire quel gelo che gli attanaglia il cuore.

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GUIDO GOZZANO © OLYCOM S.P.A.

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LA FRASE DEL GIORNO
La Vita? Un gioco affatto / degno di vituperio, / se si mantenga intatto / un qualche desiderio.
GUIDO GOZZANO, La via del rifugio

giovedì 25 agosto 2011

Attimi segreti

 

ASTRID TOLLEFSEN

GLI ATTIMI SEGRETI

Gli attimi segreti
ci profumano accanto
sia presto che tardi
nel giorno,
gli attimi segreti
alzano i loro visi verso noi
sia presto che tardi
nella vita.
In questa luce di rugiada,
in questa oscurità di fiori
restiamo vicini
fin tanto che…

(da Hver dag er hos oss, 1973 – Traduzione di Renato Pavese)

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Ci sono sensazioni che ci sorprendono, attimi che luccicano sulla superficie uniforme del giorno: il profumo di una rosa, l’aroma del caffè, il sorriso di una donna incrociata per la strada, il pulviscolo dorato che nuota in un raggio di sole, il tramonto che accende il suo spettacolo svoltato un angolo, la luce della luna che ci coglie improvvisa nella sera. Ognuno ha i suoi: piccole delizie che costellano lo scorrere delle ore o che arrivano dopo tanto tempo come vecchi amici. Gli “attimi segreti” che dipinge in questi versi la poetessa modernista norvegese Astrid Tollefsen (1897-1973).

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JACK VETTRIANO, “THOUGHTS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Tu non vuoi poter gridare, / tu non vuoi poter bere, / ma soltanto sapere / che tutto ciò che hai sognato è vero
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ASTRID TOLLEFSEN, Ogni giorno è con noi

mercoledì 24 agosto 2011

L’esatto sorriso delle astrazioni

 

VITTORIO BODINI

POSSIBILE CHE POLVEROSE CICOGNE

Possibile che polverose cicogne
trapassino le crune dei campanili?
Che l'esatto sorriso delle astrazioni
baleni dalle velette, per le stanze
ove l'odore degli agrumi e il vento
di scirocco escludono ogni memoria?
Cresciuti fra la secca polvere e i fiori rubati
- gelsomini e garofani e polvere che dà barbagli -,
nuovi fanciulli ora tremano al buio degli anditi
ove li attira col suo caldo fiato la lasciva paura.
(Era un confine ogni albero che il treno varcava
spogliando i rami del loro fogliame di corvi,
e quel delirio d'ali nere nell'aria
arsi frammenti erano d'una lettera
che tenteremmo invano di ricomporre.)

(da La luna dei Borboni e altre poesie, Mondadori, 1952)

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Poesia di memoria questa di Vittorio Bodini (1941-1970): il poeta salentino è tornato nella sua terra dopo aver vissuto a Firenze e a Roma, dopo essersi trasferito come lettore di italiano in Spagna: ritrova i forti contrasti del Sud, dove l’aridità stessa del suolo assurge a metafora della vita condotta in quelle contrade – siamo nei primissimi Anni ‘50, occorre ricordarlo – con un’esistenza limitata e senza sbocchi. È un Sud che vive del mito, delle sue ancestrali tradizioni, degli odori e degli aromi che vengono dalle piante, dei segreti. Un Sud dal quale l’autore è fuggito conquistando metro per metro la sua nuova libertà. I fanciulli curiosi della vita che ritrova in quei suoi luoghi gli ricordano il ragazzo che era, ma ora – professore quasi quarantenne di Letteratura Spagnola  – non è più in grado di ricostruire quel tempo misterioso.

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FOTOGRAFIA © ZAPPUDDU

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LA FRASE DEL GIORNO
Quanti fili spezzati / di vite, di romanzi / fra le acacie, sui prati. / Quante strade percorse / camminando / sopra i passi d'un altro.

VITTORIO BODINI, Dopo la luna

martedì 23 agosto 2011

Gli anni sbiancati dall’acqua


THOMAS BELLER

VICINO AL TEMPO

Nel
Calcare dei gusci
Stanno scritti
Gli anni sbiancati
Dall’acqua

Maree
Anni sciacquati

I tuoi capelli
I tuoi capelli divenuti
Bianchi

Silenziose bandiere al vento.

(da Entferntes Lachen. Ausgewählte Gedichte, 2003)

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Il tempo e la sua ossessione sono una costante che attraversa gran parte della poesia e della letteratura dell’età industriale: siamo tutti quanti soggetti al suo scorrere, alle modifiche che esso attua nelle nostre vite. Volgiamo indietro lo sguardo come il Bufalo Bill di De Gregori per il quale “vent’anni sembran pochi poi ti volti a guardarli e non li trovi più”. E così il tempo trascorso, svanito marea dopo marea, anno dopo anno, riaffiora improvviso in questa poesia del tedesco Thomas Beller (Meldorf, 1970).

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FOTOGRAFIA © FLAG WALLPAPERS

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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo guarirà tutto. Ma che succede se il tempo stesso è una malattia?
WIM WENDERS, PETER HANDKE e RICHARD REITINGER, Il cielo sopra Berlino

lunedì 22 agosto 2011

Poesie o lavanderia?


TED KOOSER

SCEGLIENDO UN LETTORE

Per prima cosa, mi piacerebbe che fosse bella,
e camminasse con grazia sulla mia poesia
nel momento più solitario di un pomeriggio,
i capelli ancora umidi sul collo, lavati
da poco. Dovrebbe indossare
un impermeabile, vecchio, un po’ sporco
perché non ha abbastanza soldi per la lavanderia.
Tirerà fuori gli occhiali, e lì,
nella libreria, sfoglierà
le mie poesie, poi metterà di nuovo il libro
sullo scaffale. E si dirà:
“A quel prezzo, posso far lavare
il mio impermeabile alla tintoria.” E lo farà
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(da Sure Signs, 1980)

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Un gioco ironico questo messo in versi dal poeta statunitense Ted Kooser (Ames, Iowa, 1939): immaginarsi un lettore delle proprie poesie, uno dei tanti che affollano le librerie. Kooser sceglie una bella donna, le conferisce grazia e dignità, la sensualità dei capelli umidi sul collo. Ma è una donna che deve fare i conti con il denaro, deve compiere scelte su cosa comprare e cosa no. Commuove allora quel finale: il libro sfogliato, una scorsa veloce alle poesie e la decisione di impiegare il denaro per ridare lustro alla propria persona, lavando l’impermeabile.

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FOTOGRAFIA © SAINT MARY-OF-THE-WOODS COLLEGE

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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni scelta implica, di per sé, l'abbandono di tutte le alternative. Se non fossimo costretti a scegliere, saremmo immortali.
PAOLO MAURENSIG, La variante di Lüneburg

domenica 21 agosto 2011

Il furto della Gioconda


Cento anni fa, la notte tra domenica 20 e lunedì 21 agosto 1911, il dipinto più famoso del mondo, la Gioconda di Leonardo da Vinci  venne rubato dal Louvre di Parigi. Il furto del secolo. A prelevare il pannello di pioppo di 77 cm x 53 e a nasconderlo sotto il cappotto prima di eclissarsi nella notte parigina fu un decoratore e imbianchino italiano emigrato in Francia dalla provincia di Varese, Vincenzo Peruggia. Secondo alcune fonti, si era nascosto in un armadio per le scope durante l’orario di apertura ed era poi sgattaiolato fuori; secondo altre si presentò alle 7 del mattino vestito con l’uniforme bianca degli inservienti del museo, che il 21 era chiuso. Comunque sia, il compito gli fu facilitato dall’aver lavorato alla messa in opera della teca che custodiva il dipinto, posto allora nel Salon Carré, e dall’aver conosciuto in tal modo le abitudini delle guardie: uscì mentre una di esse era andata a farsi riempire un secchio d’acqua e se ne andò in taxi. Il mattino del 22 agosto il pittore Louis Béroud si presentò presto al Louvre per eseguire uno schizzo preparatorio per l’opera che intendeva dipingere, Mona Lisa au Louvre, e trovò il muro vuoto. Chiese allora ai guardiani, che gli dissero che forse era nell’atelier fotografico. Non c’era…

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Prima di arrivare a Vincenzo Peruggia, altri furono sospettati: persino Guillaume Apollinaire, che fu arrestato e passò qualche giorno in prigione, e Pablo Picasso, tirato in ballo da Apollinaire, che venne a lungo interrogato dalla Gendarmerie: i due avevano manifestato l’intenzione di svuotare i musei distruggendo le opere in essi esposti per sostituirle con le proprie. Boutade da artisti megalomani, nulla più. E poi le autorità francesi pensarono anche che si trattasse di un affronto degli odiatissimi tedeschi. Non era vero, naturalmente. Il Louvre rimase chiuso per un’intera settimana per agevolare le indagini: quando riapri, al posto dell’illustre Monna Lisa era appeso un ritratto eseguito da Raffaello Sanzio, quello del letterato Baldassarre Castiglione.

La polizia bussò anche alla porta di Vincenzo Peruggia, a Parigi: la Gioconda era nascosta sotto il letto, ma nessuno pensò di perquisire l’appartamento, si accontentarono dell’alibi – naturalmente falso – fornito dall’imbianchino. Rimase lì per quasi due anni, fino a quando Peruggia si trasferì a Firenze. E lì divenne impaziente, contattò il proprietario di una galleria d’arte, Adolfo Geri, e gli disse che voleva restituire il dipinto alla sua patria, l’Italia. Si diceva un convinto patriota e pensava che un’opera di tal fatta dovesse essere esposta in un museo italiano. Un errore era alla base delle sue convinzioni: la Gioconda fu dipinta in Francia e non, come credeva lui, sottratta a un museo italiano durante le spoliazioni effettuate dalle truppe di Napoleone. Geri mise in contatto Peruggia con il direttore degli Uffizi, Giovanni Poggi. L’incontro avvenne all’Hotel Tripoli, in Via de’ Cerretani: Peruggia chiese 500.000 lire per le spese sostenute, Poggi chiese invece di poter autenticare l’opera. Nel frattempo, l’imbianchino andò a spasso per Firenze: fu lì che la polizia, allertata da Geri e Poggi, lo arrestò.

Il processo non andò poi tanto male per Vincenzo Peruggia: fu dichiararono “mentalmente minorato” e condannato a una pena di un anno e quindici giorni di prigione, poi ridotta di cinque mesi. Ma attirò le simpatie di molti, che vedevano nel suo furto un gesto romantico: lui stesso alimentò quell’immagine dichiarando di aver trascorso due anni meravigliosi guardando la Gioconda appesa sopra il tavolo della cucina.

Il dipinto invece cominciò il suo pellegrinaggio per tornare al Louvre: rimase esposto agli Uffizi, poi a Roma, a Palazzo Farnese, ambasciata di Francia, e alla Galleria Borghese in occasione del Natale 1913. Poi fu messo su un treno e inviato a Modane, dove le autorità francesi ne ripresero possesso. Fece tappa a Bordeaux e a Tolosa; il presidente della Repubblica in persona, insieme ai rappresentanti del governo, lo accolse nel Salon Carrè: Monna Lisa era finalmente tornata a casa.

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FOTOGRAFIE © MUSEO DEL LOUVRE

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-------------------------------------------------------------------------------------------------------LA FRASE DEL GIORNO
Mentre la ritraeva, c’era gente che cantava e suonava, e buffoni che la facevano restare allegra, per ridurre quella malinconia che si suole avere nella pittura di un ritratto.

GIORGIO VASARI, Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori et scultori italiani

sabato 20 agosto 2011

Una bagnante


RENZO LAURANO

PELLICANO

Irene bagnante che in punta
di piedi, elevata e congiunta
t’incidi, staccata dal mare,
il recto ora il verso iridare
lasciandoti, sai che a uno strano
pellicano
sui lidi terreni somigli?
Il volto nel piccolo vano
dei seni divisi assottigli.

(da "Gli Angeli di Melozzo da Forlì", 1939)

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Renzo Laurano (1905-1986), poeta di Sanremo, fondatore del Club Tenco, non è considerato secondo me in merito al suo valore. Certo, non raggiunge il livello di altri liguri suoi contemporanei come Montale e Sbarbaro, ma le sue poesie hanno un fascino discreto che probabilmente deriva dalla costante presenza del mare: “Nella mia poesia, che è tanto turbata inquieta e sommossa dal mio «mal di Liguria» o «amor di Liguria», il mare-mare, quel «mare in persona» io lo conosco benissimo”. Così anche in questa lirica il mare è protagonista condividendo la scena con la ragazza: questa è notata per la posa particolare, come sorpresa nell’atto di offrirsi al mare, che con le sue onde gioca ad accarezzarla.

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HERB RITTS, “WOMAN IN SEA”, 1988

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LA FRASE DEL GIORNO
Il mare spesso parla con parole lontane, dice cose che nessuno sa. Soltanto quelli che conoscono l'amore possono apprendere la lezione dalle onde, che hanno il movimento del cuore.
ROMANO BATTAGLIA, Una rosa dal cuore

venerdì 19 agosto 2011

Amore senza nome


ANNA MONTEROimage

TI HO DATO IL NOME PIÙ BELLO

Ti ho dato il nome più bello
e un lago dove il tempo si ferma
ti ho vestito di dubbi
e di una certezza profonda
 
amore che ogni notte
sgrani la luce
del collare dei giorni
 
Ti ho dato il nome più bello
e una strada coperta di schiuma
 
amore senza nome
dove il tempo passa e fa il nido.

(da Arbres de l'exili, Ed. Gregal, València, 1988)

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La poetessa e traduttrice catalana Anna Montero (Valencia, 1954) ama la poesia minimale, silenziosa, che tenta di catturare l’istante della realtà che si cela dietro i versi. La vita viene accettata così come è, senza tempeste, senza lampi, ma con la consapevolezza che dietro la superficie apparente delle cose si può trovare la chiave che apre le porte del mistero. Così è l’amore, un universale sentimento che scorre – bella l’immagine di un uccello migratore – e fa il nido.

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FOTOGRAFIA © LLADRÓ

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LA FRASE DEL GIORNO
Amore, fra gli dèi l'amico degli uomini, il medico, colui che riconduce all'antica condizione. Cercando di far uno ciò che è due, Amore cerca di medicare l'umana natura.
PLATONE, Simposio

giovedì 18 agosto 2011

Trasognato e felice


GIORGIO VIGOLO

LINEA DELLA VITA, II

Trasognato e felice
per viucole antiche,
vagavo sotto un cielo
vicino alla pioggia. Leggero
ai passi m'era il suolo
e vaniva la via sotto il piede
come un fiume di nuvole;
 
tanto mite scendeva
a specchio dei selciati
la dolce ora di sera fra le brune
case, e anche le persone ferme
nel vano buio delle porte avevano
non so quale perlata ombra sui volti.
 
Via Monserrato, via del Pellegrino,
Campo dei Fiori mi si aprì di gialli
meloni acceso e cocomeri rossi
nel grigio della sera senza lumi,
fin quando prese a cadere
una pioggia tiepida, lieve,
e le strade si fecero nere.

(da Linea della vita, Mondadori, 1949)

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È sempre Roma protagonista della poesia di Giorgio Vigolo (1894-1983), una città onirica, sospesa tra sogno e realtà, tra vita e memoria. È la Roma del dopoguerra, uscita finalmente dai tempi bui e attraversata dalla speranza, dalla fiducia in tempi migliori. Così anche la felicità si ripresenta nella dolcezza di un tramonto agostano, diventando in meravigliosa metafora il colore vivo dei meloni e dei cocomeri.

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HERMAN ARMOUR WEBSTER, “CAMPO DE’ FIORI”

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LA FRASE DEL GIORNO
Mia vita, anche tu attendi / sui tuoi colori muti  / il salmo dell' ora serale
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GIORGIO VIGOLO, Linea della vita

mercoledì 17 agosto 2011

Cos’è l’arte? (XXIII)

 

BALTHUS

“Dipingere è uscire da se stessi, dimenticare se stessi,
preferire l'anonimato a ogni cosa e rischiare talvolta
di non essere in accordo con il proprio secolo e con i contemporanei”

Balthus, “Les beaux jours”
olio su tela, 1945 / Washington, Hirshorn Museum

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HENRI DE TOULOUSE-LAUTREC

“Nel nostro tempo ci sono molti artisti che fanno qualcosa perché è nuovo.
Vedono il loro valore e la loro giustificazione  in questa novità.
Tuttavia ingannano loro stessi... la novità è raramente l'essenziale.
Questo ha a che fare con una cosa sola: rappresentare un soggetto
meglio di quanto faccia la sua natura intrinseca”

Henri de Toulouse-Lautrec, “La toilette”
olio su cartone, 1896 / Parigi, Musée d’Orsay

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RENÉ MAGRITTE

“La mente ama l'ignoto. Ama le immagini il cui significato è sconosciuto,
poiché il significato della mente stessa è sconosciuto”

René Magritte, “La condition humaine”
olio su tela, 1933/ Washington, National Gallery of Art

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LA FRASE DEL GIORNO
Si può concludere che il disegno altro non sia che un'apparente espressione e dichiarazione di ciò che si ha nell'animo.
GIORGIO VASARI

martedì 16 agosto 2011

Non v’è oceano che torni nel fiume


OL’GA SEDAKOVA

DEDICA

Tu ricorda, io dico, ricorda
tu ricorda, ti dico e piango:
ogni cosa scompare e muta
e la stessa speranza uccide.

Non v’è oceano che torni nel fiume,
né fiume che risalga alle fonti,
né a chi il tempo sia misericorde –

ma ti amo, ti amo come
se tutto questo fosse stato e sia.

(da Poesia n. 262 – Luglio-Agosto 2011 Ol’ga Sedakova. Il verginale abisso del verso a cura di Vera Pozzi  Fondazione Poesia Onlus 2011 - Traduzione di Adalberto Mainardi)

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Il tempo scorre, le nostre esistenze sono precarie meteore tra due eternità, tutto muta velocemente e i giorni si succedono ai giorni, gli anni si assommano agli anni. Le occasioni passano e se ne vanno, raramente ritornano confermandoci l’assioma di Eraclito secondo il quale non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume. Ma qualcosa resta, qualcosa emerge sopra tutto questo: è l’amore, il fine ultimo della nostra esistenza, come testimonia la poetessa russa Ol’ga Sedakova, nata a Mosca nel 1949, erede delle grandi voci liriche della sua terra.

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FOTOGRAFIA © DESSKO

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LA FRASE DEL GIORNO
Non essere amati è una semplice sfortuna; la vera disgrazia è non amare.
ALBERT CAMUS, L’estate

lunedì 15 agosto 2011

Buon Ferragosto, allora…

 

ALFONSO GATTO

L'ESTATE SUI CAMPI

Splende a distesa il giorno
rosato alla pianura,
la tremula calura
richiama a lungo intorno
dall'alto il visibilio
dei passeri nel sole.

Il grano trema e nere
si schiudono farfalle
all'afa azzurra; d'oro,
riversa a quel ristoro
di luce, nelle gialle
stoppie bisbiglia l'aria.

Così morbido e solo
scorre sul fiume il verde
silenzio che alle valli
odoroso si perde.
Restano i campi gialli,
monotona campagna
dei grilli e della sera.

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Ferragosto. C’è chi lo onora più del Natale in una sorta di rito pagano: in realtà non fa altro che celebrare la fine dell’estate, come l’ultima sera di una vacanza. Al tavolo è già seduta anche la malinconia di settembre, lo scoprire le prime foglie gialle o un mattino appena nebbioso quando capita di alzarsi un po’ prima del solito.

 

Ma anche il rito è stato corrotto e modificato dallo scorrere del tempo, dal cambio delle abitudini: ormai le città non sono più vuote come le cantava Mina o come appaiono in due film ambientati a Ferragosto come Il sorpasso di Dino Risi e Un sacco bello di Carlo Verdone. Le grandi fabbriche scandiscono le ferie durante l’anno, l’esodo verso il sud, verso le proprie radici, non è più così obbligato. E poi mettiamoci anche la crisi che da qualche anno, e in particolare in questo agosto, attanaglia le famiglie e le costringe a tagliare in primis certe spese di viaggio.

Però, non affliggiamoci e, come Orazio, affidiamoci al carpe diem, gustiamoci questa giornata di festa, questo sprazzo di cielo d’estate così bello e tranquillo. Tuffiamoci tra le onde oppure passeggiamo nel silenzio dei boschi, mangiamo le cose che ci siamo portati nel cesto o che abbiamo apparecchiato con cura sul tavolo, magari in balcone o sul giardino. E ridiamo e scherziamo e giochiamo a carte e mangiamo l’anguria con chi condivide con noi questo Ferragosto. Perché è così bella l’estate, è proprio come l’ha descritta il poeta Alfonso Gatto

Buon Ferragosto, amici del Canto delle Sirene…

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CAMPI DI SICILIA / FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
No, io t'avevo telefonato pe’ sapé come t'eri messo per Ferragosto perché c’avevo un progetto abbastanza ra... Ah, lo passi co’ tu' moje! Vabbè... vabbè... eh, sarà per n'altra volta... d'accordo... buon Ferragosto, allora…
L. BENVENUTI, P. DE BERNARDI, C. VERDONE, Un sacco bello

domenica 14 agosto 2011

Scorre la Senna

 

GUILLAUME APOLLINAIRE

PONT MIRABEAU

Sotto il ponte Mirabeau scorre la Senna
e i nostri amori
me lo devo ricordare
la gioia veniva sempre dopo il dolore

Venga la notte suoni l'ora
i giorni se ne vanno e io rimango

Le mani nelle mani faccia a faccia restiamo
mentre sotto
il ponte delle nostre braccia passa
l'onda stanca degli eterni sguardi

Venga la notte suoni l'ora
i giorni se ne vanno e io rimango

L'amore se ne va come quest'acqua corrente
l'amore se ne va
com'è lenta la vita
e come la speranza è violenta

Venga la notte suoni l'ora
i giorni se ne vanno io rimango

Passano i giorni e passano le settimane
né il tempo passato
né gli amori ritornano
sotto il ponte Mirabeau scorre la Senna

Venga la notte suoni l'ora
i giorni se ne vanno io rimango

(da Alcools, 1913)

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Passa la Senna, scorre l’acqua sotto il Pont Mirabeau, allora di recente costruzione – fu completato nel 1897. E con quell’acqua scorre anche il tempo, scorre la vita, inesorabile. Allo stesso modo di quell’acqua che passa senza mai più ritornare, così sono i nostri giorni e ciò che è perduto non ci apparterrà più. Questa riflessione non può che generare la malinconia, e infatti Guillaume Apollinaire (1880-1918), l’autore di questi versi dall’eco di canzone popolare, disse che “nulla determina in me più malinconia che questa fuga del tempo. Essa è in un così sostanziale disaccordo col mio sentimento, la mia identità, che è la sorgente stessa della mia poesia”. Questi versi, ambientati su un ponte di Parigi, fanno pensare a un’altra poesia con la medesima ambientazione, “Nostalgia” di Giuseppe Ungaretti. Non è un caso: i due poeti in quel periodo della Belle Époque parigina si contendevano la stessa donna, Marthe Roux. Poi sarebbe giunta la guerra a sparigliare le carte e a dividere i contendenti: Ungaretti sul Carso, Apollinaire nella Champagne.

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FOTOGRAFIA © GÉRARD DELAFOND

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LA FRASE DEL GIORNO
Il fiume è simile alla mia pena / Si consuma e non si esaurisce.
GUILLAUME APOLLINAIRE, Alcools

sabato 13 agosto 2011

Un mare di dolcezza

 

ELPIDIO JENCO

UOMO

Io lo so che sorte ti mena,
uomo, effimero grumo di pena.
Giungi, soffri, t'affanni e ami:
sbocci in gemme, ributti in rami.

Poi, dentro le fragili spoglie,
qualcosa d'oscuro si spezza.
E il grumo di pena si scioglie
in un mare di eterna dolcezza...

(da Cenere azzurra, Augustea, 1932)

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Ecco che incontriamo ancora i versi delicati di Elpidio Jenco (1893-1959), che fu tra i fondatori del premio Viareggio: una poesia nel suo tipico stile, capace di cogliere quello che di incantevole si nasconde sotto la superficie. Così la prima quartina racconta il dolore, l’affanno, la pena che tutti noi per la nostra umanità siamo destinati a provare. Ma la seconda ci risolleva, è segno di tenera speranza, di un passaggio verso la luce, verso la vita: a trionfare sarà la dolcezza.

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IMMAGINE © SURVOLER

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LA FRASE DEL GIORNO
L'uomo abita sulla riva del mare infinito del mistero.
KARL RAHNER

venerdì 12 agosto 2011

La voce di Billie Holiday

 

DESMOND EGAN

PER TUTTI QUELLI CHE CONOSCO

(canzone per Billie Holiday)

Tesoro, la notte invecchia
Tesoro
Il mio amore però non si dichiara
come il profumo di una gardenia appassita
o il vago luccichio di un vecchio 78 giri
ricordo di passeggiate giovanili
in questa voce stanca
quasi sbiancata ora
che la morte suo ultimo amante
accarezza la sua gola
e quella gioventù
ogni gioventù
ogni vita

si trasforma in addio.

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Su questo blog già è apparso un omaggio a Billie Holiday, una delle voci più amate del jazz: una poesia dell’americana Rita Dove. Questo è un altro, scritto dal poeta irlandese Desmond Egan (Athlone, 1936): come in quello, protagonista è l’inconfondibile voce di Billie, una voce capace di far sorgere emozioni indescrivibili ma anche di lasciar intravedere ciò che la attende, voce graffiata dall’abuso di alcol, droghe e narcotici, voce dolorosa che attende il destino.

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BILLIE HOLIDAY, DOWNBEAT, NEW YORK, 1947 © WILLIAM P. GOTTLIEB

 

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--------------------------------------------------------------------------------------------------------LA FRASE DEL GIORNO
Quello che esce fuori è ciò che sento. Non mi va di cantare una canzone così com'è. Devo cambiarla alla mia maniera. È tutto quello che so.

BILLIE HOLIDAY, La signora canta il Blues

giovedì 11 agosto 2011

La rivoluzione naturale

 

NIKKI GIOVANNI

SOGNI RIVOLUZIONARI

Sognavo sogni militanti
sogni di conquistare
l’America per mostrare
a quel branco di bianchi come si doveva
fare
sognavo sogni radicali
di come far saltare tutti per aria con la mia facoltà
percettiva di analisi azzeccate
pensavo infatti di essere io la persona
che fermava le rivolte e negoziava la pace
poi mi sono svegliata e accorta
che se facevo sogni naturali
di essere una donna naturale
che fa tutto ciò che fa una donna
quando è naturale
avrei fatto una rivoluzione.

(da The Women and the Men, Morrow, 1975)

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La vera rivoluzione non è quella violenta che in questi giorni infiamma Londra con razzie e devastazioni senza motivo: è piuttosto essere quello che si è, sforzarsi di vivere giorno per giorno a dispetto di quello che il mondo è. Questa è la conclusione della poetessa statunitense Nikky Giovanni (Knoxville, 1943), docente al Politecnico della Virginia e attivista di spicco del Black Rights Movement. Una donna forte, in prima linea contro la violenza generata dall’odio razziale. E con orgoglio il 12 febbraio 2009 al Lincoln Memorial salutò il primo presidente afroamericano della storia americana, Barack Obama, leggendo una sua poesia a lui dedicata. La rivoluzione verso l’uguaglianza aveva compiuto un passo da gigante.

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MARCIA PER I DIRITTI CIVILI, WASHINGTON, 1963 © NATIONAL ARCHIVES AND RECORDS ADMINISTRATION

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LA FRASE DEL GIORNO
Io non domando a che razza appartiene un uomo; basta che sia un essere umano; nessuno può essere qualcosa di peggio.
MARK TWAIN, L’uomo che corruppe Hadleyburg

mercoledì 10 agosto 2011

San Lorenzo

 

GIOVANNI PASCOLI

X AGOSTO

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto :
l'uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!

(da Myricae, 1891)

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Dieci agosto, San Lorenzo, il giorno delle stelle cadenti. E “X Agosto” (“dieci” non “per”, come mi è capitato di sentire…) è probabilmente la poesia più famosa di Giovanni Pascoli: in quel giorno il poeta ricorda la morte del padre Ruggero, assassinato il 10 agosto 1867 mentre rincasava in calesse da Cesena, forse per motivi politici, forse per contrasti sorti in ambito lavorativo. Fatto sta che il piccolo Giovanni, i fratelli Luigi e Giacomo e le sorelle Margherita, Ida e Maria restarono orfani. Il primo di una serie di lutti che nei dieci anni successivi colpiranno i Pascoli lasciando vivi solo Ida, Maria e Giovanni. A intenerire è soprattutto l’immagine della rondine colpita mentre porta il sostegno per i piccoli: l’analogia è molto forte, la tristezza è diffusa, le bambole portate dal padre precorrono certe inquadrature cinematografiche di sicuro impatto. Ma il mondo continua a girare, imperterrito, la sofferenza, anche se non si può cancellare, viene lenita, e le Perseidi anno dopo anno vengono a incrociare il cielo della Terra, “quest’atomo opaco del Male”.

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FOTOGRAFIA © MILA ZINKOVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Se le stelle apparissero una sola notte ogni mille anni, come gli uomini potrebbero credere e adorare, e serbare per molte generazioni la rimembranza della città di Dio?
RALPH WALDO EMERSON, Natura

martedì 9 agosto 2011

Due uomini nel mondo


TOVE DITLEVSEN

CI SONO DUE UOMINI NEL MONDO…

Ci sono due uomini nel mondo, che
costantemente m'incrociano la strada,
l'uno è colui che amo,
l'altro colui che mi ama.

L'uno è un sogno notturno
e abita nella mia mente buia,
l'altro sta alla porta del mio cuore
ed io mai gli apro.

L'uno mi ha dato un primaverile soffio
di felicità che subito dispariva,
l'altro mi ha dato tutta la sua vita
e non è stato mai ripagato di un'ora.

L'uno freme del canto del sangue
dove l'amore è puro e libero,
l'altro ha a che fare con il triste giorno
in cui affogano i sogni.

Ogni donna si trova tra questi due,
innamorata e amata e pura...
una volta ogni cent'anni può succedere
che essi si fondano in uno...

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La prima cosa che mi è venuta in mente è stata una frase dell’antropologo algerino Mouloud Mammeri: “Il mondo degli uomini e quello delle donne sono come il sole e la luna: forse si vedono tutti i giorni, ma senza incontrarsi”. Parafrasandola, si può spiegare così l’amore desiderato dalla poetessa danese Tove Ditlevsen (1917-1976): vuole l’uomo che i suoi sogni creano ma lo incontra solo come si incontrano sole e luna, nei fugaci contatti dell’alba e del tramonto; invece si deve “accontentare” di un uomo che la ama e che lei, sognando l’altro uomo utopico, non ripaga come vorrebbe. Ma non è detto che, alla fine, non siano lo stesso uomo, che davvero, come nel mito del Simposio platonico, le due metà si siano finalmente ricongiunte.

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Tre

FOTOGRAFIA © VRROOM

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LA FRASE DEL GIORNO
La donna ama uno per tutti, l'uomo tutte per una.
KARL KRAUS, Detti e contraddetti

lunedì 8 agosto 2011

Quelli che non amiamo


WISŁAWA SZYMBORSKA

RINGRAZIAMENTO

Devo molto
a quelli che non amo.

Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l'amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come una meridiana,
capisco
ciò che l'amore non capisce,
perdono
ciò che l'amore non perdonerebbe mai.

Da un incontro a una lettera
passa non un'eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che trovi su ogni atlante.

È merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perché mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

«Non devo loro nulla» -
direbbe l'amore
su questa questione aperta.

(da Vista con granello di sabbia, 1996)

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Leggendo questi versi la prima volta, mi sono trovato a dissentire dalla poetessa polacca Wisława Szymborska, Premio Nobel per la Letteratura 1996: questo suo elogio dell’indifferenza, della non compartecipazione affettiva non riusciva a convincermi: essere lieti di stare in disparte, di non avere nulla a che fare con gli altri e stare bene con loro proprio per questo. Ma, con il tempo, ho cominciato a pensare che la Szymborska, a suo modo, ha ragione: sono coloro che non amiamo, coloro che vediamo come sono, non accecati o fuorviati dalla passione, quelli su cui possiamo misurare il mondo. Sono “il prossimo tuo” evangelico, e l’amore che nutriamo verso di loro, seppure non ha la passione dell’altro amore, proprio per questo assume un tono più puro, perché privato delle altre  emozioni.

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FOTOGRAFIA © PHOTOS.COM

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LA FRASE DEL GIORNO
La conoscenza di un essere è un sentimento negativo e il sentimento positivo, la realtà, è l'angoscia di sentirsi sempre estranei a quel che si ama.
ANDRÉ MALRAUX, La condizione umana

domenica 7 agosto 2011

Il poeta e il vento complice


ALEXIS DIAZ PIMIENTA

NEL GIARDINO PUBBLICO

Una ragazza ha appena accavallato le gambe
E il poeta spera che il vento sia suo complice.
Sorveglia irrispettosamente l'orlo del vestito,
l'unica strada verso la felicità.
La ragazza sorride, estranea all'importanza della sua gamba
parlando di profumi o ragazzi o promesse.
E il vento soffierà
- di fronte a tanta insistenza soffierà –
ma la vera fortuna sta nel fatto che la mano della ragazza
scenda in tempo, e la sua pelle continui ad essere possibile.

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“Io mi trovo bene in tutto quello che faccio, credo che tutto quello che faccio, tanto nella letteratura scritta come in quella orale, attesta una identica maniera di essere e di vedere il mondo. Intendo la creazione come un concetto generale più che divisa in generi, in stili, non come un concetto stretto; faccio letteratura, non penso quando mi metto a scrivere a quello che è per me più facile, a quello in cui riesco meglio”: Alexis Díaz Pimienta è un poeta cubano, nato all’Avana nel 1966, ma residente da tempo in Spagna, ad Almería. La sua specialità è improvvisare strofe popolari cantate - in spagnolo si dice repentista – ed è la voce del gruppo Alexis Díaz Pimienta & su Guajira Band. E quel sapore di cantastorie, di stornellatore, si ravvisa nei suoi versi: un che di malizioso, una strizzatina d’occhio, un sorriso rivolto agli astanti. Assaporiamo allora il desiderio che alimenta questa poesia, ben lieti che esso rimanga tale, perché “di desiderio più che di soddisfazione cibasi Amore”, come scrisse Carlo Dossi.

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Immagine © Cuba Art 

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LA FRASE DEL GIORNO
Se la bellezza è un’ombra, il desiderio è un lampo.
ANATOLE FRANCE, Taide

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