domenica 10 settembre 2017

Centenario di Franco Fortini


“È più che probabile che l'alta e complessa attività di intellettuale-politico di Franco Fortini, col suo prestigio crescente, continui a costituire piuttosto un ostacolo che un aiuto alla comprensione della sua fisionomia di poeta” scriveva Pier Vincenzo Mengaldo. Eppure la poesia di Franco Fortini, nato a Firenze con il nome di Franco Lattes esattamente cento anni fa, il 10 settembre 1917 e scomparso a Milano nel novembre 1994, testimonianza anche ideologica delle lotte di classe del primo dopoguerra, voce progressista e coscienza critica, sopravvive anche a queste incrostazioni: “Il grande motivo poetico di Fortini” rileva Giorgio Barberi Squarotti “è costituito dalla coscienza, appunto, dell'errore che noi siamo... e l'amarezza "stoica" del non aver concluso nulla, del fallimento e della mistificazione delle speranze. dell'essere stati inetti alle attese, l'amarezza del non attendere più nulla per sé, di accettare la condizione di uomini a mezzo fra il passato e l'avvenire, troppo ancora intrisi di passato perché possa esservi in vita l'attuazione storica invano, e con tanta incertezza ed errore prospettata”.

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franco fortini

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da Foglio di via, 1946

ITALIA 1942

Ora m'accorgo d'amarti
Italia, di salutarti
Necessaria prigione.

Non per le vie dolenti, per le città
Rigate come visi umani
Non per la cenere di passione
Delle chiese, non per la voce
Dei tuoi libri lontani.

Ma per queste parole
Tessute di plebi, che battono
A martello nella mente,
Per questa pena presente
Che in te m'avvolge straniero.

Per questa mia lingua che dico
A gravi uomini ardenti avvenire
Liberi in fermo dolore compagni.
Ora non basta nemmeno morire
Per quel tuo vano nome antico.

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da Poesia e errore, 1959

PARABOLA

Se tu vorrai sapere
chi nei miei giorni sono stato, questo
di me ti potrò dire.
A una sorte mi posso assomigliare
che ho veduta nei campi:
l'uva che ai ricchi giorni di vendemmia
fu trovata immatura
ed i vendemmiatori non la colsero
e che poi nella vigna
smagrita dalle pene dell'inverno
non giunta alla dolcezza
non compiuta la macerano i venti.

1953

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da Una volta per sempre, 1963

TRADUCENDO BRECHT

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov'erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d'un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro. ma scrivi.

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Altre poesie di Franco Fortini sul Canto delle Sirene:

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia mette in evidenza se stessa. La poesia è quella cosa, quel discorso che finge di dirti una cosa, ma in realtà, oltre quella cosa, ti dà se stessa.
FRANCO FORTINI

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