martedì 5 settembre 2017

John Ashbery


Il poeta statunitense John Ashbery, nato a Rochester nel 1927, è morto il 3 settembre nella sua casa di Hudson, nello stato di New York. Candidato al Nobel per la Letteratura, vinse il Pulitzer nel 1976 con Autoritratto di uno specchio convesso. Considerato uno dei geni della poesia del Novecento americano, Ashbery si ispirò al Surrealismo francese e alla musica classica – soprattutto russa - del XIX secolo – creando un linguaggio che si rifiuta comunque di legarsi a un determinato significato. Ne nacque una poesia che viene definita «difficile»: il poeta stesso commentò a tale proposito in un’intervista del 2015: “Io sono stato sempre attratto da quello che Yeats definiva «il fascino del difficile», perché avevo l’impressione che dopo aver letto qualcosa di difficile sarei diventato più sapiente. Ora sembra che i lettori non la pensino più così, per lo meno in America, dove la «leggibilità» è tenuta in gran conto, ma io continuo a pensare che la migliore poesia e arte spesso richiedano un certo sforzo per essere apprezzate”.

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Ashbery

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da Houseboat Days, 1977

E LEI SI CHIAMA “UT PICTURA POESIS”

Non puoi dirlo più così.
Preoccupato della bellezza devi
uscire allo scoperto, in una radura,
e riposare. Certo, qualsiasi cosa strana ti succeda
è OK. Chiedere di più non sarebbe
da te, tu che hai così tanti amanti,
gente che ti ammira ed è pronta
a fare cose per te, ma tu pensi
non sia giusto, che se ti conoscessero davvero…
Basta cosí con l’autoanalisi. E adesso,
su cosa mettere nella tua poesia-quadro:
i fiori sono sempre belli, specie i
delphinium.
I nomi di bambini conosciuti un tempo e le loro slitte,
i razzetti vanno bene – esistono ancora?
Ci sono un sacco di altre cose con le stesse proprietà
delle sunnominate. Ora si devono
trovare alcune parole importanti e molte di basso profilo,
dal suono fiacco. Lei mi contattò
perché comprassi la sua scrivania. D’improvviso la strada fu
follia pura e clangore di strumenti giapponesi.
Prosaici testamenti vennero sparpagliati tutt’attorno. La sua testa
s’allacciò alla mia. Eravamo una biciancola. Qualcosa
andrebbe scritto su come ciò ti condizioni
quando scrivi poesia:
l’estrema austerità di una testa pressoché vuota
che si scontra con il rigoglioso fogliame Rousseau-simile del suo desiderio di [comunicare
qualcosa nelle intermittenze del respiro, anche se solo nell’interesse
d’altri e per il loro desiderio di capirti e disertarti
per altri centri di comunicazione, così che la comprensione
possa avere inizio, e così facendo essere disfatta.

(And Ut Pictura Poesis is her Name, Traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan)

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da Shadow Train, 1980

PARADOSSI E OSSIMORI

Questa poesia si occupa del linguaggio a un livello alquanto piano.
Guardala che ti parla. Guardi da una finestra
o affetti irrequietezza. La sai ma non la sai.
Ti manca, la manchi, le manchi, ti manca. Vi mancate a vicenda.

La poesia è triste perché vuole essere tua, e non può.
Cos’è un livello piano? E’ quella cosa e altre,
e ne mette in gioco un sistema. Gioco?
Beh, di fatto, sì, ma io ritengo che il gioco sia

una più profonda cosa esterna, un modello di ruolo sognato,
come nella ripartizione della grazia queste lunghe giornate agostane
senza dimostrazione. A finale aperto. E prima che te ne accorga
si perde nel vapore e nel cicaleccio della macchina da scrivere.

E’ stata giocata un’altra volta. Penso tu esista solo
per tormentarmi a farlo, al tuo livello, e poi tu non ci sei
o hai adottato un atteggiamento diverso. E la poesia
mi ha deposto dolcemente accanto a te. La poesia è te.

(Paradoxes and Oximorons - Traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan)



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LA FRASE DEL GIORNO
Come a molti poeti, mi è spesso posta la domanda: “Che cos’è la poesia?”. E naturalmente non c’è una vera e propria risposta. Come la famosa definizione di pornografia: lo sai quando lo vedi.
JOHN ASHBERY, The Christian Science Monitor, 15 aprile 2013

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